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LA STATUA DISTRUTTA E RICOSTRUITA Articolo di Renzo Toffoli tratto dal Periodico Trimestrale "In Piazza"

Pubblicata il 04/08/2022

Una nuova rinascita dalle rovine
Le vicende di un’antica statua distrutta e ricostruita
 
Dell’antica statua in pietra d’Istria, distrutta dalla Grande Guerra e presente nella chiesa di Salgareda, raffigurante la vergine Maria, seduta su un basamento, con in braccio il Bambino Gesù che nella mano sinistra stringeva una mela, avevamo già scritto alle pagg. 15 e 17 del nr. 15 del settembre 2018 di “Inpiazza” e alla cui lettura rimandiamo gli interessati. Si trattava dell’opera d’arte più importante conservata nella vecchia chiesa di Salgareda distrutta dalla Grande Guerra. Di quest’opera sono rimaste solo le teste della Madonna e del Bambino ed una fotografia del busto acefalo in nostro possesso. Quest’ultimo fu immortalato prima che fosse calcinato in un incendio della chiesa baracca dove era conservato dopo il suo ritrovamento dalle rovine della chiesa. Da anni avevamo in animo di veder ricostruita quest’opera; ma un’operazione del genere, oltre alla non facile realizzazione, aveva senso? Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, dobbiamo rilevare che sono state intraprese altre operazioni simili. Una su tutte: la riproduzione della grande tela delle Nozze di Cana dipinta da Paolo Veronese per il refettorio palladiano del monastero benedettino di San Giorgio Maggiore in Venezia. Di quest’opera, asportata da Napoleone al Louvre a Parigi,  si decise di realizzare una riproduzione, non da parte di un pittore che ne facesse una copia, come si usava nella tradizione antica, ma, in collaborazione con il museo parigino, venne scansionato ad altissima risoluzione il dipinto originale e realizzata una copia che definirla fotografica sarebbe riduttivo e irrispettoso del grande lavoro tecnico-scientifico svolto, ma alla fine sempre di questa tecnica si tratta, sebbene di altissima qualità, come la tecnologia odierna può offrire. Per la statua di Salgareda, invece, non avevamo a disposizione l’originale, ma solo un paio di frammenti e delle foto. Non potevamo quindi affidarci alla tecnica, magari alle attuali stampanti tridimensionali: bisognava, more antiquo, trovare un artista in grado di riprodurre quest’opera distrutta, che studi recentissimi ascrivono al tardo Cinquecento veneto, da quelle poche testimonianze superstiti. In una di quelle rare occasioni che il destino offre alle persone, avemmo modo di conoscere il maestro d’arte Guerrino Lovato, autore, tra molte altre opere, di tutta la parte statuaria e dei rilievi plastici del nuovo teatro “La Fenice” di Venezia, e di altri lavori al Palazzo del Governo nel Cremlino. Ma l’aver individuato l’artista capace non era sufficiente, bisognava trovare anche un soggetto, possibilmente istituzionale, che comprendesse l’importanza del rifacimento di quest’opera d’arte e che la finanziasse. Proponemmo l’operazione al sindaco di Salgareda, Andrea Favaretto, il quale, sentito il parere della sua giunta, sostenne con convinzione ed entusiasmo l’opera di ricostruzione. La passione con cui il maestro d’arte Lovato affrontò la commissione è singolare: prima di arrivare all’opera finale realizzò quattro modellini in terracotta dell’altezza di 40 cm e uno di 1 metro. Questi modelli, propedeutici all’originale, sono serviti per cercare la postura, la posizione, come atteggiare il Bambino, per capire come risolvere il movimento dei panneggi sui lati dove non era chiara l’immagine. Fatte alcune valutazioni, soprattutto per il luogo che la doveva accogliere, il piano superiore del municipio di Salgareda, era sconsigliato l’utilizzo della pietra d’Istria, materiale con cui era stata realizzata l’opera distrutta. Venne presa in considerazione la terracotta, ma le grandi dimensioni della statua ne sconsigliavano l’impiego perché in fase di cottura si sarebbero facilmente verificate delle rotture. Rivolgendo lo sguardo alla tradizione antica, al Canova, ma non solo a lui, anche ai suoi predecessori nei secoli, venne scelto il gesso alabastrino, utilizzando la tecnica della “forma persa”. Per procedere con questa tecnica, l’artista realizzò un modello in argilla in scala 1:1, una volta terminatolo, sulla superficie sono stati “gettati” diversi strati di gesso scagliola molto liquido dal quale si è ricavato il calco in negativo. L’operazione fu compiuta dividendo la statua in due parti e altri tasselli minori per risolvere i problemi dei “sottosquadra”. Una volta consolidatesi le due parti e i tasselli, i calchi vennero svuotati dall’argilla.  Dopo la pulizia interna dai residui dell’argilla, nei calchi venne “gettato” il gesso alabastrino della statua finale. Nell’ultima fase si è proceduto a scalpellare con cautela il calco in gesso scagliola sino a liberare completamente la statua finale racchiusa. Quest’ultima, è stata l’operazione più delicata perché, scalpellando il gesso scagliola del calco, c’era il rischio di rovinare anche quello alabastrino della statua finale. Liberate dai calchi tutte le parti della statua, si è proceduto al montaggio delle stesse, alle stuccature e agli inevitabili ritocchi dove lo scalpello aveva qua e là inciso anche nella statua finale. Alla fine, persa l’argilla nello svuotamento dei calchi, scalpellati quest’ultimi per liberare la statua finale, quest’opera costituisce un unicum. Ora questo simulacro, nominato “Mater Salvatoris” o “Madonna del pomo” è esposto alla vista dei salgaredesi e di chiunque lo vorrà ammirare, all’interno del municipio di Salgareda, al piano superiore, durante gli orari d’ufficio. Riponiamo la speranza che in questa ricostruzione di un’opera distrutta dagli eventi bellici, i visitatori possano riscoprire ed apprezzare la bellezza dell’arte statuaria manierista del tardo Cinquecento veneto.
Renzo Toffoli
 
Foto n. 1: Cartolina postale del busto emerso dalle macerie della chiesa di Salgareda e poi calcinato dalle fiamme di un incendio.
Foto n. 2: Le teste della Madonna, del Bambino e un braccio di quest’ultimo emersi dalle macerie dopo il ritrovamento del busto.
Foto n. 3: Modellini della Madonna in terracotta precedenti quello finale in argilla.
Foto n. 4: Modello della Madonna in argilla, in scala 1:1, dal quale è stato ricavato il calco.
Foto n. 5: Il modello in argilla sul quale è stato realizzato il calco nella parte inferiore. Al busto mancano le teste della Madonna, del Bambino e il braccio di quest’ultimo i cui calchi sono stati realizzati a parte.
Foto n. 6: La fase di svuotamento del calco dall’argilla.
Foto n. 7: La parte inferiore della statua in gesso alabastrino dopo che è stato scalpellato il calco in gesso scagliola
Foto n. 8: La statua finale in gesso alabastrino.

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Allegato 19 - La statua distrutta e ricostruita.jpg 6.96 MB

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