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LE LACRIME DI UNA MAESTRA di RENZO TOFFOLI - in ricordo di Gemma Gasparoni di Salgareda

Pubblicata il 28/10/2020

Articolo tratto dal Periodico Trimestrale "In Piazza" 3° trimestre 2020.
 
Tra le molte persone anziane di Salgareda, ora scomparse, dalle quali abbiamo raccolto notizie di fatti ed avvenimenti della prima metà del Novecento, ce n’è una che merita un ricordo particolare: la maestra Gemma Gasparoni. La “signora maestra”, di origini veneziane (il padre suonava la viola nell’orchestra del teatro “La Fenice”), dopo un anno di insegnamento a Fagarè e un altro a san Fior, arrivò a Salgareda nel 1929. Giovane di 21 anni, piccolina, minuta, indossava delle camicette di seta ricamate, gonne lunghe e scarpe con i tacchi, unico vezzo che si concedeva per aumentare un pochino la sua statura. Era tanto autorevole quando saliva in cattedra, quanto amorevolmente vicina ai suoi scolari e alle loro famiglie, anche dopo la fine del suo insegnamento, durato tutta una vita dedicata a formare generazioni di bambini. Gemma, però, non corrispose perfettamente all’immagine ideale di insegnante che non predilige mai un alunno rispetto ad altri oppure una classe rispetto ad un’altra. Ella, infatti, ebbe un cedimento su questo principio, quando le fu affidata la 5^ classe elementare nell’anno scolastico 1932-1933. Si trattò di un “colpo di fulmine”, sia da parte sua verso gli scolari sia da parte loro verso di lei. Era una classe numerosa, impensabile al giorno d’oggi: 38 alunni (25 maschi e 13 femmine). La componevano bambini buoni, docili, con tanta voglia di apprendere, come del resto lo erano quasi tutti i fanciulli del tempo, i quali, attraverso l’istruzione, volevano riscattarsi dallo stato di ignoranza - e di conseguente indigenza -, in cui versavano le loro famiglie con un bassissimo livello di scolarizzazione. Insegnò loro a leggere, a scrivere e a far di conto, ma soprattutto li formò alla scuola della vita. Fu gratificata da questi ragazzi per il suo insegnamento al punto da intrattenere rapporti di amicizia durante tutta la vita, sino alla fine dei suoi giorni, avvenuta nell’agosto 1996.
Nel 1940, “quando si aprirono le porte del tempio di Giano”, la maestra pianse nel veder partire i “suoi” ragazzi per la guerra, ma, dopo un primo momento di sgomento, li rincuorò uno a uno recandosi nelle loro famiglie prima della partenza. I giovani soldati, oltre che a casa, scrivevano spesso anche alla loro maestra e lei rispondeva a tutti con parole di incoraggiamento. Man mano che si susseguivano i combattimenti, inevitabilmente, il dio della guerra esigeva anche sacrifici umani: arrivarono così le prime cartoline, ma non venivano recapitate alle famiglie dal postino, bensì dal parroco e da qualche gerarca comunale. In una famiglia con un figlio al fronte era sufficiente che si presentassero queste due figure perché, prima ancora di leggere il comunicato, si sapesse già quale luttuoso annuncio recassero. Queste notizie in paese si diffondevano all’istante, e così Gemma si precipitava a portare una parola di conforto alle famiglie dei suoi ragazzi. Visitò e confortò le famiglie di Cirillo, Lift, Emilio, Bruno, Guido, Giuseppe, Lorenzo. Sebbene conserviamo molte testimonianze di ognuno, lo spazio di quest’articolo non ci consente di occuparci di tutti questi caduti, vogliamo quindi ricordare il triste epilogo della giovane vita di alcuni di loro. Lorenzo, ad esempio, catturato dai tedeschi dopo l’otto settembre 1943 ed avviato al campo di concentramento in Germania, morì nel mese di dicembre dello stesso anno, carbonizzato nella propria baracca del campo, colpita da uno spezzone incendiario sganciato dagli aerei alleati; oppure Cirillo, inquadrato nella Divisione Acqui, di stanza nell’isola di Cefalonia. Il comandante di questa Divisione non volle arrendersi ai tedeschi dopo l’otto settembre del ’43; Cirillo, assieme a molti altri compagni di questa Grande Unità, venne mitragliato sul bordo di un’alta scogliera e cadde sfracellato sugli scogli marini sottostanti. Scene terribili, raccapriccianti solo a ricordarle, come quella sventagliata di mitra che recise la giovane vita di Lucio Lift nella neve della Croazia il 26 marzo del 1942.
A quella classe apparteneva anche Giuseppe Montagner, alpino della Julia, caduto in Ucraina durante la ritirata di Russia. E la maestra, da noi sollecitata in una delle diverse conversazioni di molti anni fa, ci raccontò questo episodio. Da bambino, Giuseppe aveva frequentato la classe “prediletta” della maestra Gasparoni; Assunta, sua madre, era la cuoca al campo solare che l’insegnante dirigeva nel 1936. A mezzogiorno, nella grande cucina di mamma Assunta, tutti i bambini andavano a pranzo che lei preparava da sola e da sola distribuiva. Passarono gli anni: Giuseppe crebbe sino a diventare un ragazzo alto un metro e ottanta con due occhi azzurri, un volto bello, ma pensieroso. Nel 1941 partì per il fronte greco-albanese. Nel ’42, vinta la guerra con la Grecia, grazie all’aiuto dei tedeschi, la Julia rientrò in patria e Giuseppe fu inviato in licenza, ma vi rimase per poco tempo. Infatti, nell’agosto di quell’anno la Divisione Julia fu destinata alla terribile campagna di Russia. Il giorno prima della partenza, la mamma di Giuseppe si recò dalla maestra e le disse: “Non me la sento di accompagnare mio figlio alla stazione del treno a Ponte di Piave, voglio salutarlo sull’uscio di casa, sullo stesso posto dove lo attenderò al suo ritorno; mi faccia la cortesia di accompagnarlo lei e gli dia due baci da parte mia”.
Fatalmente, per via dello scambio ferroviario, il treno che Giuseppe doveva prendere per andare a Casarsa, doveva attendere in stazione a Ponte di Piave quello diretto a Treviso, sul quale doveva salire la maestra. I due si incontrarono sul marciapiede della stazione e, appena la maestra gli fu accanto, gli disse: “Abbassati Giuseppe che ti devo dare due baci. Questi sono i baci della tua mamma”.
Il giovane si curvò timidamente e la maestra, dopo i primi due, gliene diede altri due, aggiungendo: “Questi ultimi sono della tua maestra e che Dio ti accompagni!”.
Ambedue salirono in fretta nei rispettivi convogli già pronti per la partenza. Sedutasi, la maestra si accorse che la sua camicetta di seta era bagnata in diversi punti: erano le lacrime di Giuseppe. Non lo rivide più. Egli, infatti, non ritornò dalla Russia assieme ai suoi compagni di Salgareda. Molti anni dopo, quando furono recuperati diversi corpi dei nostri alpini in Russia, la maestra seguì alla televisione la cerimonia esequiale di quei poveri figlioli. Quando sfilò la bandiera dell’ottavo reggimento alpini, l’esile signora abbassò il volume del televisore e, ripresa l’autorevolezza di quando faceva l’appello in classe, ad alta voce, ma con le ciglia umide, disse: “Alpino Giuseppe Montagner, PRESENTE!”.
La maestra, inoltre, si adoperò presso l’Associazione Nazionale Alpini perché Giuseppe fosse ricordato con una stele al Bosco delle Penne Mozze a Cison di Valmarino.
Gemma Gasparoni concluse i suoi giorni a Belluno, presso una delle due figlie, ma poco più di un mese prima di morire, volle inviare un suo breve saluto, quasi un testamento spirituale, ai suoi alunni della 5^ elementare 1932-1933, indirizzando loro queste parole:
Carissimi,
la mia vita terrena sta per concludersi, il mio corpo è distrutto fisicamente, ma non la mente. Sono vicina a voi più che mai con il mio amore, con il cuore, con i ricordi.
La morte di don Enrico [Vidotto n.d.r] e di Vito [Borin n.d.r.] ha profondamente addolorato il mio cuore e anche voi li rimpiangerete. La loro sofferenza è finita. Hanno raggiunto le anime di quelli che ci hanno preceduto. Un giorno ci ritroveremo ancora nella luce del Cristo risorto. Grazie del bene che mi avete voluto. Che il Signore vi benedica e vi dia aiuto nell’anzianità e vi siano accanto coloro che vi vogliono bene.
Vi abbraccia tutti con tanto affetto, la vostra vecchia maestra.
Gemma Gasparoni Zandonadi
 
Gemma Gasparoni concluse la sua esistenza terrena il 25 agosto del 1996.
 
Foto n. 1: La maestra Gemma Gasparoni Zandonadi. (Archivio fotografico Renzo Toffoli)
Foto n. 2: I ragazzi di 5^ elementare di Salgareda nell’anno scolastico 1932-1933 con la loro maestra seduta sulla destra. (Archivio fotografico Renzo Toffoli)
Foto n. 3: Immagine del campo solare al Piave a Salgareda – La maestra Gasparoni è indicata dalla freccia rossa. (Archivio fotografico Renzo Toffoli)
Foto n. 4: L’alpino Giuseppe Montagner caduto in Russia. (Foto gentilmente concessa da Vincenzo Pagotto)
 
Articolo di RENZO TOFFOLI.



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